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Ode (Se solo ogni uomo ti avesse cercato…)

Carl Heinrich Bloch - Gesù ConsolatoreSe…..
Se solo ogni uomo ti avesse cercato..
Se solo ogni essere umano avesse anelato alla tua speranza, al tuo amore.
Se solo avesse acconsentito alla tua presenza nel cuore,
Alla tua infinita misericordia che incatena l’anima all’amore..

Se avesse ascoltato il tuo “grido” nel silenzio
Le tenebre sarebbero scomparse
Le nuvole come neve si sarebbero sciolte
L’umanità avrebbe avuto ristoro in te..

La tua luce come un sole sarebbe penetrata nel mondo
E la tua sapienza illuminante avrebbe colmato di pace la miseria umana
Se solo ognuno di noi si aprisse al tuo richiamo
La salvezza del mondo non tarderebbe a giungere

Ci ami così tanto che ci lascia nella libertà del libero arbitrio
Quanta amarezza in quel tuo eterno richiamo non udito, non ascoltato sordo..
Nella mia pochezza elevo la mia anima a te accogliendoti
O Maestro, come mio Dio

Accettando la tua “ proposta d’amore”
Il mio si alla tua voce, il mio si a Te o mio Signore
La tua creatura ha risposto alla tua grazia

Nella oscurità della mia anima c’è sempre la tua luce
A proteggermi e mi tiene stretta a te

Si sempre non abbandonerò mai questo richiamo d’amore…
Acconsentirò ogni giorno di questa vita alla tua presenza in me.
Sia lodato il tuo nome ovunque..

Indice: Il Dono Più Grande (di Maria Cristina)

Gesù Misericordia

Divina Misericordia (Eugeniusz Kazimirowski, - 1934)Gesù dolcissimo,
Rifugio d’amore, Consolatore dei cuori,
Speranza degli animi,
Abbracciaci con la tua luce donandoci l’ultima tua ancora di salvezza,
La tua immensa misericordia,

O Gesù fa che possiamo attingere ogni momento dai tuoi raggi la tua bontà per poter essere uomini migliori degni di essere chiamati tuoi figli,
Gesù la tua infinita misericordia é il messaggio ultimo di speranza dove tutti noi possiamo attingere….

Indice: Il Dono Più Grande (di Maria Cristina)

Sergio e Elena

Sergio e Elena

Perché avvengono le conversioni? Non è possibile rispondere in modo razionale ad una domanda imperniata sulla fede nel Cristianesimo, che non contempla i “perché”, ma l’esclusivo ed incondizionato “credo”. Quello che è certo è che in un mondo in cui i valori cristiani sono spesso sopraffatti, messi in disparte, sostituiti con falsi valori materiali, chiunque, non solo l’ultimo degli sbandati, ma anche colui che ha sempre vissuto in modo virtuoso, può improvvisamente sentirsi perso, sprecato e desiderare quel cambiamento di rotta che gli permetta di vivere la differente pienezza della fede in Cristo. Questi sono alcuni ricordi di un incontro e di una duplice conversione. Si tratta di una narrazione intrisa di un misticismo che eleva l’autore e coinvolge spiritualmente il lettore, nella quale sovrasta su tutti e tutto la figura di un “uomo” davvero speciale di cui il tempo non conosce l’esistenza, che combatte le forze del male ed è capace di ridare i sogni perduti ed il sorriso smarrito.

Questa è la storia di Elena e di Sergio nel momento in cui narrano la loro esperienza di conversione avvenuta grazie ad una serie di circostanze, ad una forza misteriosa e sovrannaturale e con l’aiuto di una persona determinante alla quale l’Onnipotente ha fatto la grazia di alcuni doni. Un “uomo” che potrebbe essere esistito per la veridicità dei fatti e che da militante della sinistra extraparlamentare “combatte una buona battaglia” e diventa cristiano con l’aiuto del Signore.. Cristo nel suo grande progetto di salvezza dell’intera umanità, gli ha donato dei carismi particolari facendolo incontrare un giorno “sulla strada della vita”, con Sergio e con Elena, anch’ essi combattuti nel medesimo modo. Dall’incontro Sergio ed Elena comprendono che le loro certezze, il loro credo, non sono rivolti ad ideali terreni, ma ad una ricerca interiore di Dio, in atto da anni, che una volta giunta miracolosamente a compimento permette loro di scoprire la grazia della Fede.

Perte prima

L’incontro

Siamo nell’anno 1961, il giovedì prima di Natale. Rammento che mi recai a trovare una mia cugina per farle gli auguri. Lei era solita esercitarsi come parrucchiera in casa. Entrai nella camera salone e la trovai al lavoro sulla testa di una giovinetta. Si chiamava Elena e aveva sedici anni. Qualcosa che non conoscevo mi trapassò l’anima, provocandomi un fremito. Avevo, allora non lo sapevo, incontrato l’altra metà dell’anima. Anche lei poco più tardi mi confessò che aveva avvertito interiormente un qualcosa di indefinibile confessandomi che mi amava. Da allora non ci siamo più lasciati. Insieme abbiamo scoperto la vita, insieme abbiamo scoperto la fisicità gioiosa dei nostri corpi, ci sembrava di naufragare, un dolce naufragare nell’abisso della felicità. Quanto ridere facevamo quel tempo.

In quel periodo lavoravo come disegnatore progettista in una ditta locale della mia città natale. Intanto il tempo trascorreva, venne il servizio militare. Mia mamma e mia nonna la adoravano. Era come una loro figlia. Era bella, intelligente, giovane, piena di vita, e, soprattutto sincera e riservata. Concluso il servizio militare, un ingegnere mi offrì un lavoro in Sardegna, come assistente di cantiere nella costruzione di un grande impianto chimico. Oramai, anche fuori le mura della mia città natale, conoscevano le mie doti di disegnatore.

Rientrato dopo due anni e mezzo circa, venni chiamato dal preside dell’ITIS della città, il quale mi offrì il lavoro nel locale ufficio tecnico (a quel tempo si stava edificando il nuovo istituto).

Così dopo sette anni di fidanzamento, decidemmo di unirci in matrimonio, che avvenne il 15 aprile dell’anno 1968. Nel 1969, a maggio, nacque nostro figlio Michele, e nel 1989 entrò all’accademia militare.

A quel tempo eravamo lontani dalla Chiesa, nel senso che eravamo indifferenti. A parte il fatto che all’età di diciotto anni, dopo che avevo convinto alcuni amici ad andare a ballare, più che altro per la curiosità, il lunedì successivo presi una sberla dal prete che al solo pensiero mi fa male ancora la guancia. Mi apostrofò dicendomi che il Signore mi aveva dato un dono, e che non lo dovevo sciupare inutilmente. Sta di fatto che me andai, sentendomi libero. Questo aveva originato l’indifferenza.

Perché esistiamo?

cielo stellato - Van GoghA mio parere due sono i giorni importanti per un essere umano: “quando nasce e quando si chiede perché”.

Mai come di questi tempi l’essere umano, che pure affoga nei piaceri e nel benessere, avverte dentro di sé un vuoto pauroso che lo riempie di tristezza, di paura, di solitudine. Così si spiegano i suicidi con percentuali da brivido nelle società più benestanti ed industrializzate. Così come la sete avida di piaceri sensuali, la musica orgiastica, le danze sfrenate, la fuga dalla realtà e dalle responsabilità attraverso l’alcool e la droga. Cioè, lo stordirsi ad ogni costo per non pensare, per dimenticare la realtà. Tuttavia, nonostante tutti i tentativi di stordimento, il vuoto diventa sempre più abissale. Così non resta che valicare i confini dell’umano, uscire fuori da questo mondo, tentare di scoprire se realmente esiste qualcosa al di là di questo deserto. Si spiega in questo modo il fenomeno sintomatico ed inquietante che registriamo: il risveglio dell’occultismo, la magia, il satanismo. Addirittura, in alcune nazioni, ci sono delle vere e proprie chiese dedicate a Satana in persona, dove uomini e donne si riuniscono per regolari celebrazioni di riti liturgici in suo onore.

Ed alla luce di questo relativismo si scatenano divorzi, aborti, omosessualità (maschile e femminile) di tutti i generi, genetica, eutanasia assistita…che mostruosità!

Anche la Chiesa vive momenti e tormenti disgreganti. I templi si svuotano. Questa è la realtà che ci circonda. Ma in cosa consiste la realtà? Come ogni cosa, è definita in base agli strumenti usati per valutarla.

Potremmo dire che la realtà che viviamo consiste in ciò che sperimentiamo a livello dei sensi, ossia in ciò che vediamo, percepiamo, sentiamo, godiamo, tocchiamo o addirittura annusiamo. E’ ovvio che questa definizione non è esatta, infatti ignora il nostro intelletto e le emozioni. Allora la realtà è definibile in base alle nostre capacità di pensare e di provare sentimenti in aggiunta alle nostre capacità sensorie? Ma dobbiamo tenere in considerazione anche il subconscio, che è inaccessibile sia a livello cognitivo sia emotivo.

E allora se non siamo in grado di percepire la realtà nella sua totalità, come possiamo avere una percezione dell’Io Sono?

E’ a questo punto che mi chiedo e cerco di rispondere al “Perché esistiamo?”.

Rammento che quando ero a scuola ponevo ai miei colleghi sacerdoti ( anche per provocarli, poiché a quel tempo ero molto lontano) che insegnavano religione la domanda del perché esistiamo. Mai nessuno è riuscito ad essere esauriente.

Come ho già detto nella meditazione “Io Sono”, il creatore è preesistente. Quindi Lui è realtà assoluta, e permette all’essere umano di giungere ad un’intuizione stupefacente: “Non c’è nessun altro”. A questo punto riconosciuto il Creatore come realtà assoluta, dobbiamo interrogarci sull’esistenza umana. Se tutta la nostra esistenza non avesse mai avuto luogo, la realtà assoluta del Creatore non ne sarebbe rimasta scalfita. Ribadisco che Dio è la realtà assoluta. Non solo, noi tutti sappiamo di esistere perché Dio ce l’ha comunicato attraverso la Sacra Scrittura, ma sappiamo anche che nulla ci dice che dobbiamo esistere. Sono convinto che se uno di noi non fosse mai nato, probabilmente l’universo dell’Eterno non avrebbe cessato di esistere. Anzi, la creazione di noi tutti è il modo in cui Dio esprime la sua scelta in favore della nostra esistenza.

Cari fratelli e sorelle, nessuno di noi è al mondo per caso; siamo viventi perché il Creatore desidera la nostra esistenza. Qui siamo al nocciolo della questione: ma perché? Lui ha creato il mondo, la natura e tutti gli esseri umani. Ed è nostro dovere sfruttare ogni risorsa allo scopo di rifinire e perfezionare il mondo materiale, costruendo una dimora degna del Creatore (“Laudato sì mi Signore”). Questo è lo scopo della vita umana.

Per realizzare ciò il Creatore a creato il mondo “inferiore”, il nostro che è il più basso, dal momento che al di sotto nulla esiste. Si tratta di un mondo in cui inizialmente la realtà preesistente del Creatore è offuscata, mentre la realtà degli esseri viventi (l’umanità intera) è considerata primaria. Il Creatore ha scelto di nascondere la sua paternità per far sì che l’essere umano esista veramente, e perché eserciti la sua facoltà di scelta libera perché ci sentissimo indipendenti. Se così non fosse, la nostra esistenza sarebbe priva di significato; saremmo come marionette manovrate da fili.

Dio ha creato un mondo “agnostico”, in cui la Sua realtà non è visibile. Ha celato la sua presenza così efficacemente che l’essere umano percepisce se stesso come se fosse la sola oggettività. Il fatto è che pur essendo consci del concreto cospetto di Dio, ne percepiamo l’esistenza come qualcosa di estraneo e di esterno, una sorta di realtà sovrapposta. Dio è la sola realtà mentre la nostra esistenza si colloca all’esterno. Parrebbe che Dio, in una sorta di gioco, si diverta a nascondersi all’occhio umano. Al contrario si tratta di un dono, di un’opportunità che ci è stata donata con lo scopo di familiarizzarci con Lui.

Facciamo un esempio. Da bambini abbiamo imparato a camminare a piccoli passi, poi a parlare con monosillabi e infine con le parole fino a formare delle frasi complete. Così tutti noi, prima di giungere a comprendere la luce risplendente della realtà Divina dobbiamo abituare i nostri occhi alla luce naturale che ci circonda.

Tuttavia, Dio che è indefinibile e indescrivibile, ha scelto di creare l’essere umano e di inserirlo in un mondo fisico definito e descrivibile.

Ha scelto di manifestarsi (nei secoli) per mezzo di leggi della logica che Lui stesso ha creato, tramite il prodigioso piano della natura e di ogni creatura ( Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè….i profeti fino a raggiungere la piena dimostrazione di sé stesso in Gesù Cristo) con l’ausilio della Divina Provvidenza. Tutti noi abbiamo. la possibilità di accedere all’esperienza degli attributi divini (carismi), in modo di cominciare a comprendere il Creatore per stabilire una relazione personale con Lui.

E comunque non è dato dall’intelligenza umana comprendere come L’Eterno celi la sua presenza permettendoci, al tempo stesso, un’esistenza autonoma, ma questo mistero non deve diventare un alibi, ma invece uno stimolo vivificante, poiché dimostra una volta di più la lontananza di Dio dal nostro quotidiano, inducendo un ulteriore timore nei suoi confronti unito al desiderio di avvicinarsi sempre di più a Lui per integrare la Sua realtà nella nostra vita.

Per quanto ne siamo capaci dobbiamo usare al massimo mente, cuore, spirito per quanto ne siamo capaci, senza scordare che la nostra mente umana non può andare al di là della nostra percezione e comprensione.

Questa la bellezza della fede!

Io Sono

Michelangelo Buonarroti. La creazione di AdamoFratelli e sorelle, alcune persone credono nel Creatore con entusiasmo, altre non credono con passione mentre altre ancora professano l’agnosticismo. Chi non ha un’opinione decisa in merito all’Eterno? Potremmo discutere sulla questione per tutta la nostra esistenza senza mai giungere a una conclusione, perché con ogni probabilità ciascuno offre una diversa definizione dell’Eterno.

Molti di coloro che negano la Presenza del Creatore in effetti ne rifiutano una falsa definizione; ragion per cui se fossero posti di fronte a una descrizione accurata, quasi certamente si porrebbe fine alla discussione. Da dove nascono questi preconcetti se non nella dottrina che ci è stata insegnata da bambini? Fino dall’infanzia siamo stati abituati ad immaginare un uomo con una lunga barba bianca seduto su un trono in cielo che lancia strali infuocati e punizioni quando ci si comporta male. Per un bambino l’Eterno può essere semplicemente una persona più autorevole e potente del papà.

Ma tutto sommato è un’immagine accettabile per un piccolo, ma chiaramente è sbagliata quando è un adulto che concepisce l’Eterno in termini tanto semplicistici e corporei. Addirittura è possibile che per alcuni la definizione di Dio si basi su opinioni e atteggiamenti di persone che si considerano religiose; forse altri hanno un’immagine negativa dell’Eterno a causa dell’ipocrisia con cui è stata loro presentata la Sua figura a casa o a scuola; forse ad altri ancora ispira sentimenti di caldo conforto per l’amore con cui se ne parlava in famiglia, o tra gli amici e gli insegnanti. Ciò che si prova nei confronti dell’Eterno è stato influenzato dai libri letti, dai corsi seguiti, dalla musica ascoltata e da innumerevoli altre componenti inerenti la personalità di ciascuno. Sono convinto che il fondamento della conoscenza sta nel riconoscere che c’è un Primo Essere cha dà esistenza a tutto ciò che ci circonda.

Vediamo come dal Libro dell’Esodo.

Ad un certo punto, nella vicenda quotidiana di un uomo dedito al proprio lavoro irrompe qualcosa di nuovo (come nelle conversioni). Il nuovo è un roveto che brucia senza consumarsi.

Di questo roveto si è detto di tutto: che si spiega coi miti dell’albero della vita frequenti nel Vicino Oriente Antico, che è legato al culto della fertilità, e così avanti. Di fatto, il roveto si chiama in ebraico senéh, termine che è assonnante col nome del monte Sinai: secondo qualche studioso, anzi, senéh altro non è che la contrazione di sinài; per essere onesti non dobbiamo qui far altro che renderci conto che Mosè deve essere arrivato, consapevolmente o no, ad un luogo di culto tradizionale che il testo chiama “monte di “Elohim”: gli viene chiesto infatti di scalzarsi. Lì vede questo strano fuoco che da una parte lo terrorizza, dall’altra lo rende consapevole che la sua vita, che pareva ormai così ordinata e prevedibile, è governata da Altro, capace di coglierlo di sorpresa, come fa un fuoco che venga dal cielo. La visione che interrompe la routine quotidiana evoca anche una memoria che pareva sopita: essa è fatta della miseria del popolo, di una promessa antica e di un incarico.

Parliamo di un Dio fedele a se stesso e quindi fedele alle proprie promesse e agli uomini con i quali si è compromesso. Non è facile per noi renderci conto della portata di una tale rivelazione: essa significa che la storia è stata, è e sarà sempre visitata da Dio, il quale è presente alle vicende umane pur restando, come si usa dire nei cieli. La storia umana non gli è indifferente; egli anzi partecipa ad essa fino a conseguenze che potremmo dire estreme. Di fronte a questo Signore del tempo che irrompe direttamente nella sua storia, Mosè tenta di esternare le proprie perplessità, per ora con poco successo.

Dio lo pone di fronte al proprio Nome eterno, ossia alla propria identità più autentica e genuina; egli sa quali e quante difficoltà si pareranno davanti al popolo, sa che stanno per entrare in gioco il suo prestigio e il suo buon nome; promette perciò una liberazione sovrabbondante: non certo la fuga di una massa disordinata di schiavi come vedremo in seguito, secondo un’altra versione del racconto della liberazione.

Questo tema del nome divino avrà grande fortuna tanto nell’A.T. quanto nel N.T., nella tradizione ebraica come in quella cristiana. Ambedue insistono sul fatto che Dio si rivela non in maniera indistinta e generica, ma con un nome proprio che identifica una realtà personale libera e provvidente. Già l’A.T. presentava una serie di nomi divini legati, per così dire, alle circostanze in cui il popolo veniva a trovarsi: Pastore coi pastori e Guerriero con il popolo in guerra. Tutti i diversi nomi confluiscono però in questo “Io Sono” che ricorre spesso nel Vangelo di Giovanni nelle formule in cui Gesù parla di sé e, nella logica del N.T., nel termine “Padre” che ricapitola e affina tutta la rivelazione del Dio compagno dell’uomo.

Nello stesso tempo il mondo ebraico associa a questo massimo di rivelazione un massimo di indicibilità, talché il Nome diventa impronunciabile: dire significherebbe limitare, denominare, definire, porre dei confini. L’estrema libertà di Dio deve essere, al contrario, rispettata: con una serie di espedienti si farà in modo che il Nome non possa essere detto, neppure distrattamente, quando lo si legge: un’associazione linguisticamente assurda di consonanti e vocali fa in modo che lo si possa riconoscere ma non dire. Cosa questa che nel mondo ebraico dura tuttora. Nominare una persona infatti vuole dire, in qualche modo possederla e questo con Dio davvero non si può fare. Solo l’incarnazione lo consente: un uomo deve essere chiamato.

La riflessione su questa tematica ci porterebbe quindi molto lontano. Basterà limitarla alla relazione tra Dio e la storia umana che noi conosciamo come storie di tragedie e di lutti, di Dio assente o in eclisse. E’ caratteristica della fede, sapere scoprire il Nome divino che abbiamo visto in questa meditazione anche nelle intemperie storiche più avverse, trovando le tracce dell’ “Io Sono” e non quello “che ero o sarò”, allorché egli pare più lontano e silenzioso. perché preesistente. Questo è il massimo della comprensione (ed è già tanto) a cui noi umani possiamo giungere. “Io Sono” rimarrà sempre un mistero.

Il Rosario…

icona della Beata Vergine del Santo Rosario di PompeiNon c’è pace che eguagli la recita del Rosario.

Cari fratelli e sorelle recitate il rosario, con cuore, con dedizione, e sentirete aprire una finestra sul cielo, che vi scalderà e vi illuminerà nei sentieri oscuri della vita.

Non vi é ristoro più grande. Ve ne renderete conto recitandolo costantemente.

E’ la chiave che apre le porte del cuore di Dio.

E’ la venerazione alla Madonna, é la distruzione del male, la compassione verso il peccato dell’umanità, la redenzione, la salvezza.

Cari amici non vi é “arma” più potente.

Contempliamo i suoi misteri, e mentre lo recitiamo con dedizione, il nostro cuore si innonderà dello spirito guida.

E farà di noi uomini migliori, capaci di seguire il progetto di Dio, e sopratutto ci farà comprendere quanto é importante donarsi amore, perchè il linguaggio del Rosario é l’amore..

quando si seguono le vie della carità e della umanità si segue al legge del Disegno di Dio….amore sulla terra, tra le creature, la trasformazione del male nelle vie del bene…

tutto questo raccolto in una semplice e amorevole recita del Rosario..

recitiamolo insieme e potrete accorgervi degli enormi benefici che vedrete e sentirete…

Indice: Il Dono Più Grande (di Maria Cristina)

Il Santo Rosario su Adonaj.it

Pensieri in libertà ed evoluzione dell’anima..

Gesù nel deserto - Ivan KramskoïCi sono diverse fasi di evoluzione dell’anima, anche se ho avuto i “piccoli rapimenti” in passato, la prima direzione dove mi ha portato Gesù è stata verso me stessa, verso una libertà interiore e di espressione.

Non voglio sforzarmi per il momento voglio che l’istinto mi guidi, e la voce dell’anima mi guidi.

Io comunque mi sento molto appesantita, più che altro la mente….ha bisogno di respiro.. E’ tutto ciò che richiede concentrazione, regola, o imposizione è negato. Poi passerà sono sicura giusto il periodo di transizione, quando si hanno questi momenti probabilmente ci sono anche cose che si devono cambiare nella propria vita. Intanto ora sono molto meno iperattiva, prendo le cose con calma mi devo abituare a questo perché sono sempre stata un vulcano, è un nuovo passaggio della mia mia vita sono sicura.

Lascio che tutto scorra dentro di me….non voglio forzare niente, poi si faranno strada i pensieri e le direzioni. Diciamo che sono una ragazza molto delicata, e sensibile, assorbo molto, e forse è giunto il momento di alleggerirmi un po’. Già ho vissuto poco la mia adolescenza, i miei sogni la mia espressione…. ora pensiamo un po’ a me… Gesù è sempre con me e io lo amo come non mai, le porte del cuore sono aperte …e anche dell’anima… la mente è in ascolto… ma passiva…. il silenzio deve predominare per un bel po’… sento che deve essere così.

Mi sono sempre fatta mille domande, e sono sempre voluta andare a fondo, sono sempre stata una ragazza profonda che pensa troppo, è giunto il momento di seguire l’istinto e il silenzio non più la mente… la lascio un po’ a riposo. Respiriamo lo spirito.. Forse non abbiamo sempre bisogno di sermoni, di dottrine, di regole, di omelie, di scritti, ogni tanto bisogna lasciarsi accarezzare dal vento… da quella piccola voce interiore che se la offuschi di nozioni non respira, non ti parla.  So che il sacramento della comunione è fondamentale per me… ma chiederò a Gesù solo per qualche volta se può venire in me in spirito… come sempre con il suo delicato silenzio.

Indice: Il Dono Più Grande (di Maria Cristina)

L’amore verso se stessi

GesùIl secondo comandamento dice: “ama il tuo prossimo come ami te stesso”. Cosa significa questo? che l’amore di Dio passa attraverso l’amore di noi stessi in primis; Dio è dentro di noi ed è proprio conoscendolo, instaurando con lui un rapporto di amicizia interiore che si potenzia l’amore verso noi stessi. Perché l’amore di Dio illumina, scalda, mette in luce i nostri talenti, ci arricchisce, ci fa conoscere meglio, ci fa diventare suoi discepoli per potere dare agli altri in modo autentico e sano.

Come può una persona dare amore al prossimo quando in primis non ha amore verso se stesso? no non può, non sarebbe con sincera volontà di donare, sarebbe forse un ripiego per sentirsi utile, per fare qualcosa per la società, sarebbe un dovere, ma solo prendendoci prima cura di noi stessi e curando le nostre ferite, possiamo poi donare amore gioioso ai nostri fratelli.

Si perché spesso non siamo in grado di guarire le nostre ferite, ma occorre la mano di Dio.

“Raccontami tutto svelami le ferite del tuo cuore, Io le guarirò la tua sofferenza diverrà la fonte della tua santificazione (Gesù a Santa Faustina – E.V., 1487)” diceva Gesù a Suor Faustina, detentrice del messaggio della Divina Misericordia affidatole da Gesù, che le apparve chiedendole di far dipingere un quadro dove vi era rappresentata la figura di Gesù con le due ferite al costato, nella prima usciva del sangue, e nella seconda dell’acqua per la giustificazione delle anime.

Scrisse un diario Suor Faustina, dove raccontò la sua esperienza della Rivelazione di Gesù e del messaggio che doveva diffondere e divulgare: l’infinita misericordia di Dio, morì come Gesù all’età di 33 anni.

Chiusa questa breve parentesi nel silenzio, nella meditazione e nella preghiera possiamo guardarci dentro.

Spesso le nostre risposte sono date nei silenzi, quando l’anima riesce a respirare perché durante il giorno diventa sorda, è assediata dal rumore e dai ritmi della società moderna che ne impediscono l’ascolto.

Siamo incatenati in una morsa di condizionamenti che non abbiamo neanche il tempo per poter pensare, siamo sempre indaffarati che non riusciamo neanche ad assaporare il singolo momento di pace.

Ma quando riusciamo a trovare quei pochi secondi dove dimora quel piccolo silenzio in un angolo della natura, davanti alla finestra della nostra stanza, in una chiesa, allora in quel momento è come se lasciassimo entrare una luce, uno spiraglio e riuscissimo ad intravedere anche i pensieri più nascosti, quelli sotterrati nella parte più intima di noi, ma che costituiscono veramente la nostra essenza e fanno parte del nostro io più autentico, “il patrimonio di noi stessi”.

Indice: Il Dono Più Grande (di Maria Cristina)

La Pasqua (2012)

Ultima cena di Gesù - Joan de JoanesMancano due settimane alla Pasqua

Oggi mi sono recata a messa e dentro di me parlavo a Gesù. Gli dicevo: Tu sei morto per me, per la mia salvezza, per la redenzione umana, e riflettevo sul significato di perdere noi stessi per rinascere, come il chicco di grano che per portare frutto deve morire.

Non sono così coraggiosa, ma Gesù lo sa, chiede ciò che ognuno di noi può dare, io mi sento sempre in difetto, vorrei ricambiare il suo amore in modo adeguato e degno, ma lo faccio poche volte. Gli offro il mio amore quello si, sempre, misero imperfetto ma tanto amore.

Oggi mi sentivo come una bambina, che corre libera e poi per proteggersi corre e si rifugia nelle braccia di Gesù per sentirsi in pace, serena e consolata.

In questa Pasqua e spesso nelle ultimi anni, ho sempre avuto questo sentimento forte verso Gesù, di rassicurarlo, di stare con lui, consolarlo per la sofferenza che ha patito per me, per noi tutti, curare le sue ferite, quanto avrei voluto curare le sue piaghe, asciugare le sue lacrime, perché l’amore che provo è immenso.

Durante questo periodo negli anni della mia conversione ho sentito forte Gesù, il suo amore, la sua passione, il desiderio di stargli vicino, come se fosse e stessi vivendo tutto ora, come se ogni anno si rinnovasse il suo sacrificio di amore, e il sentire nel mio cuore è intenso.

Sul momento nel pensare alle parole morte, sofferenza procurano turbamento, smarrimento, e la natura umana tende ad allontanare questi pensieri, fugge da questi sentimenti che fanno parte della nostra verità, ma poi se penso al significato che invece hanno, vado oltre, è come se respirassero un aria nuova, perché in realtà il sacrificio di Gesù per noi ha come ricompensa la vita eterna, la nostra risurrezione, come promesso da Gesù: chi crederà in me e seguirà i miei comandamenti avrà la vita eterna.

Noi non conosciamo la vita eterna, ma ci dobbiamo fidare di Gesù. Conosciamo la vita terrena, e sicuramente non è come la vorremmo, c’è il peccato, ingiustizia, discriminazione, povertà, odio, ma c’è anche amore, l’amore di Dio che ci accompagna, ed è un dono di Dio, la vita è un dono, anche questo un grandissimo dono di nostro Signore.

Penso a quanto Dio ci ami, anche se ad alcune risposte non so darmele, ma confido in lui, perché incontrarlo ha cambiato la mia vita.

Anni fa, come dicevo sopra, proprio nel periodo pasquale ho vissuto un episodio “mistico” o almeno io lo definirei tale.

Accade una domenica, poco prima di Pasqua, quel giorno non volevo recarmi a messa, con la promessa che sarei andata il giorno seguente il lunedì.

Ma improvvisamente sentii un tuffo al cuore, una voce che mi chiamava, molto forte, che sovrastava i sensi, e mi recai in Chiesa dove cominciai ad adorare il Crocifisso, amavo e adoravo le sue piaghe, quel giorno la sua sofferenza, la sua croce mi apparvero come bisognose di consolazione, lui mi faceva sentire il suo amore, mi diceva: adora le mie piaghe perché io ho amato il sacrificio di amore, e non provavo dolore, ma amore, tanto amore, mi ha fatto sentire per qualche minuto la percezione del suo amore, di cosa significasse la sua passione per noi, cosa intendesse lui con la parola sacrificio di amore per noi.

La chiamo esperienza mistica perché ero accompagnata dalla grazia dello spirito per sentire “la sua voce” il suo richiamo e fare parte intimamente di quelle sensazioni.

L’adorazione alla passione di Cristo

Il pensiero che ho avuto e che ho sempre in mente, è che fino ad allora vivevo la Pasqua, il venerdì santo con sofferenza, perché tutto mi legava al patimento di Gesù nel Getsemani e in croce, ma solo quell’esperienza mi ha portata a sentire invece “le delizie della croce” intese come l’amore senza confini di nostro Signore che mi faceva comprendere di amare il suo sacrificio e mi rendeva partecipe facendomi assaporare questi sentimenti con gioia e dolcezza.

Indice: Il Dono Più Grande (di Maria Cristina)