Vangelo di Giovanni – Cap 16,5-15 a 16,16-33

Luca Signorelli - comunione con gli apostoli

Lo Spirito consolatore

Capitolo 16, 5-15

Ora vado da Colui che mi ha mandato, e nessuno di voi mi chiede: dove vai? *Ma poiché vi ho detto queste cose, la tristezza ha riempito il vostro cuore. *Vi dico la verità: è bene per voi che io vada. Infatti, se non andassi, il Paraclito non potrebbe venire da voi. *Se invece me ne vado, ve lo manderò. E, venuto, egli convincerà il mondo di peccato, di giustizia e di giudizio. *Di peccato, perché non credono in me. *Di giustizia, perché torno dal Padre e più non mi vedrete. *Di giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato. *Ho ancora molte cose da dirvi, ma per ora non siete in grado di portarne il peso. *Quando sarà venuto lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla pienezza della verità: infatti non parlerà da se stesso, ma racconterà ciò che ha udito, e vi rivelerà le cose future. *Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve lo manifesterà. *Tutto ciò che ha il Padre è mio. Per questo ho detto: prenderà del mio e lo manifesterà a voi.

In questi versetti Gesù ritorna sul tema dello Spirito consolatore, descrivendone nuovamente la funzione di testimonianza e di guida alla verità. I versetti del brano precedente parlavano di odio del mondo e di persecuzione, ora si parla di tristezza (v.6). Gesù “parte” e i discepoli si credono soli, abbandonati. Non c’è soltanto l’esperienza della solitudine di fronte al mondo, ma anche l’esperienza della solitudine di fronte all’apparente silenzio di Dio. L’evangelista vuole dirci che nella tristezza cristiana bisogna sperimentare non solo la solitudine nel mondo ma anche l’apparente solitudine di fronte a Gesù. Gesù aveva detto: “sarete odiati e perseguitati per causa mia” (15,18-21); e poi: “vi cacceranno dalla sinagoga e sarete uccisi” (16,1-4). Per i discepoli era il colmo: banditi anche dal proprio popolo! A Gesù non restava che constatare: “Perché vi ho detto ciò la tristezza ha colmato il vostro cuore” (v.6). Egli però non li ha ingannati. Se non lo ha detto fin dall’inizio era solo perché era con loro e li difendeva dagli attacchi del mondo giudaico. Ora, invece, è giunto il momento del distacco e Gesù deve aiutarli a superare quella tristezza che blocca il dialogo. Neppure osano chiedergli: “Dove vai?”. Eppure Gesù non può più tacere; deve dire loro la verità; ed è questa: “E’ bene per voi che io me ne vada” (v.7). Infatti, solo quando avrà portato a termine il comandamento ricevuto dal Padre, solo quando avrà donato la sua vita e sarà glorificato potrà mandare loro il Paraclito (difensore). Certamente non possono sfuggire l’odio del mondo e tanto meno quello proprio del popolo, ma ci sarà chi li difenderà, perché egli manderà loro Lo Spirito Santo.

Espulsi dalla sinagoga a causa della loro fede in Gesù Cristo, considerati empi, dichiarati fuori strada dai capi ai quali essi hanno creduto e dovendo rinunciare alla comunione col popolo che amano, i discepoli provano scandalo e dubbio, hanno bisogno di certezza: lo Spirito gliela offrirà. Mentre sul piano storico i discepoli di Gesù sono condannati dai tribunali degli uomini, sul piano della fede e nei confronti con Dio, essi giudicano il mondo e il mondo risulta condannato. Il v.8, oscuro sotto diversi aspetti, precisa che la dimostrazione della colpevolezza del mondo avverrà quanto a peccato, a giustizia e a giudizio.

Quanto al peccato, lo Spirito metterà in luce, attraverso la testimonianza vitale della Chiesa, che Cristo fu innocente e il mondo è colpevole, e il peccato del mondo è quello dell’incredulità “perché non hanno creduto in me” (3, 19-21; 15, 21-25).
Quanto alla giustizia, Gesù con la sua glorificazione manifesterà la giustizia. Dio solo è Giusto perché è Dio. E Gesù con la sua risurrezione (segno di quella divinità) mostrerà anche lui la sua giustizia, cioè la sua divinità.
Quanto al giudizio, il trionfo di Cristo segna la sconfitta definitiva di satana. Una parola, dunque, di speranza per i discepoli, ora oppressi e umiliati.

“Ho ancora molte cose da dirvi”, è la frase di chi sta per andarsene. Chiaro che di fronte a certe situazioni drammatiche si vorrebbe fermare il tempo per continuare il dialogo, le raccomandazioni, ma non è più possibile. Gesù comprende che i discepoli non riescono a capire in quegli istanti d’angoscia. Ciò fa comprendere appieno e la necessità del dono dello Spirito Santo, la cui azione ora è descritta non solo come insegnamento e un rammentare quanto ha fatto Gesù, ma come “una guida verso la verità tutta intera”. L’immagine è bellissima perché richiama l’idea del cammino, della via che è Gesù, il quale è pure la Verità. Infatti, sarà sotto la guida dello Spirito che i discepoli riusciranno a comprendere sempre di più chi è Gesù, qual è stato il senso della sua vita riguardo alla rivelazione antica e quale ne è il senso per l’umanità intera.

Gesù ha espresso l’essenziale della sua rivelazione, lo Spirito farà capire ciò che è avvenuto. Lo Spirito farà conoscere le cose future non predicendo l’avvenire o apportando una nuova rivelazione, ma chiarendo il mistero di Gesù. In conclusione, lo Spirito prosegue ciò che Cristo ha fatto: rivelare agli uomini il mistero di Dio. Essendo l’ultima parola di Dio agli uomini, Gesù rimane in parte un enigma per gli uomini, finché lo Spirito non ci apre all’intelligenza profonda del suo mistero.

L’esperienza che i discepoli vivono ora, nel momento del distacco, è di sofferenza, ma non è uno stato definitivo, perché la presenza di Gesù si riproporrà e allora sboccerà la gioia. Per descrivere questo ribaltamento del dolore in felicità, Gesù ricorre all’esempio della madre che partorisce, un’immagine applicata nell’AT all’era messianica (Isaia 66, 7-9; 26, 17-19; le tribolazioni che precederanno la fine del tempo): alle doglie violente subentra la gioia per la nuova nascita. Alla prova che ora attanaglia il cuore dei discepoli, succederà una gioia indistruttibile, legata alla nuova presenza di Gesù dopo la sua glorificazione.

Con la morte e la risurrezione di Gesù (vv. 25- 33), i discepoli entrano nel tempo dell’intimità con Dio grazie allo Spirito (. Ef. 2,18). Grazie allo Spirito, ai credenti viene rivelato il senso dell’Incarnazione, che Gesù riassume nel v. 28: venuto da Dio, egli ha stabilito un legame con gli uomini; ritornando a Dio, ristabilisce questo legame con Dio.

La gioia dei discepoli

Capitolo 16,16-33

*Un poco e non mi vedrete, e ancora un poco e mi vedrete. *Allora alcuni dei suoi discepoli dissero fra di loro: Che cosa significa:un poco e non mi vedrete, e ancora un poco e mi vedrete? E che significa: Vado al Padre? *Si chiedevano: Che è questo: un poco che va dicendo? Non comprendiamo cosa dice. *Gesù capì che avevano intenzione di interrogarlo e disse loro: Voi vi chiedete l’un l’altro perché ho detto: un poco e non mi vedrete, e ancora un poco e mi vedrete? *In verità in verità vi dico: voi piangerete e gemerete, e il mondo gioirà; sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza sarà mutata in gioia. *La donna quando partorisce è triste, perché è giunta la sua ora. Ma quando ha dato alla luce il bambino, non ricorda più la tribolazione, sopraffatta dalla gioia che un uomo è venuto al mondo. *Anche voi ora siete nella tristezza. Ma io vi vedrò di nuovo, e il vostro cuore gioirà, e nessuno potrà privarvi della vostra gioia. *In quel giorno non mi interrogherete su nulla. In verità in verità vi dico: qualunque cosa chiederete al Padre, egli ve la darà nel mio nome. *Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e riceverete, in modo che la vostra gioia sia completa. *Vi ho parlato di queste cose in parabole, ma viene l’ora in cui non vi parlerò più in parabole, ma vi parlerò apertamente del Padre. *In quel giorno voi chiederete nel mio nome e non vi dico che io pregherò il Padre per voi: *il Padre stesso infatti vi ama, perché avete amato me e avete creduto che io sono venuto da Dio. *Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo: ora lascio il mondo e trono al Padre. *Gli dissero i discepoli: Adesso sì che parli apertamente e non più in parabole. *Ora sappiamo che tu sai tutto, e non c’è bisogno che ti si interroghi: per questo crediamo che sei venuto da Dio. *Rispose Gesù: Ora credete? *Ecco viene l’ora, anzi è venuta, in cui sarete dispersi, ciascuno per conto suo, e rilascerete solo. Ma io non sono solo, perché il Padre è con me. *Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Nel mondo troverete tribolazione. Ma abbiate coraggio, io ho vinto il mondo.

In questi versetti ritroviamo nel discorso di Gesù diversi motivi già commentati nel capitolo 14. Tuttavia non è però inutile notare ancora una volta la presenza di quello schema (cap.14) che ci è ben noto e che più o meno apertamente abbiamo ritrovato in tutti i discorsi di rivelazione: una rivelazione enigmatica, misteriosa (v.16); l’incomprensione dei discepoli (vv.17-18); la successiva spiegazione di Gesù (vv.19 ss.). In che cosa consiste quest’altra spiegazione? In altre parole qual è il tema centrale del discorso? E quando è data?

L’evangelista è consapevole che la spiegazione ulteriore non è tanto data dal Gesù terreno, quanto dal Cristo risorto: è una spiegazione riservata alla presenza dello Spirito (v.25). L’ora in cui Gesù non parla più in parabole, ma si trattiene apertamente con i suoi a parlare del Padre è l’ora della chiesa. E il tema centrale, che i discepoli non comprendono e che Gesù rispiega, è sempre il significato della sua partenza e del suo ritorno. Parlando del giorno di Pasqua, Giovanni afferma che “i discepoli gioirono nel vedere il Signore”, mio sembra logico alludere al nostro testo e che perciò il termine dell’espressione “ma dopo un po’” si riferisce a Gesù-Risorto, che appare ai suoi discepoli, dando compimento a quanto ha detto: “io vi rivedrò” (16,22).

Gioia che, in ogni modo, è preceduta da un breve periodo di tristezza: “Voi piangerete e vi lamenterete”. Li coglierà la tristezza perché sarà loro tolto Gesù e si lamenteranno, come si fa quando scompare una persona cara. E il dolore sarà tanto più cocente perché vedranno i nemici esultare per essere riusciti ad eliminare Gesù. Però noi sappiamo che si tratta di una gioia effimera, com’è passeggera la tristezza dei discepoli. Infatti: “ma la vostra tristezza si cambierà in gioia” (v.20). La gioia è sempre il grande segnale del mondo nuovo, del mondo futuro. Essa tuttavia nasce dalle tribolazioni di un parto doloroso. Come dalle doglie del parto nasce una nuova vita per la donna, così dalle sofferenze e dall’oscurità del venerdì santo scaturirà la gioia e la luce della Pasqua. La sofferenza, allora, è quasi una legge della vita, anzi della nascita. Da qui sorge il problema di tanta gente: come può la sofferenza, che apparentemente è solo forza negativa e annientatrice, essere all’origine del parto del nuovo regno? Sarebbe falso pensare che Dio si serve deliberatamente delle sofferenze come di una tappa per instaurare il suo regno. La sofferenza non è voluta in se stessa, ma diventa un momento ineliminabile, perché l’instaurazione del regno di Dio avviene sempre in una dialettica di lotta e d’opposizione che scatenano le forze del male. La vittoria si sa, è sempre preceduta dalla lotta, spesso mortale, e la lotta non è mai un innocuo esercizio ginnico, ma è agonia e scontro d’avversari.

Gesù non finisce di stupire: la sua sofferenza incombe e lui cerca di prevenirla nei suoi discepoli, infondendo loro coraggio e speranza, aiutandoli a pensare al dopo, alla gioia che avranno. Fino a quel momento non si sono mai rivolti al Padre nel nome di Gesù. Ma quando Gesù-Risorto avrà ricevuto un nome che è al di sopra d’ogni altro nome (Fil.2,9) e sarà rivestito di potenza e di gloria accanto al Padre (At.2,32-33), allora sì che potranno chiedere qualunque cosa, invocando il suo nome, e il Padre la concederà. Ciò è tanto vero che Gesù aggiunge: “in quel giorno potrete chiedere nel mio nome e non vi dico che io pregherò per voi” (1,26).

Sono parole di una delicatezza estrema per rilevare in modo incisivo l’amore del Padre. E’ l’ultima volta che Gesù lo fa, servendosi di parole, poi lo farà donando la vita. La preghiera fatta “in nome di Gesù” è una preghiera che nasce da una profonda intimità con lui, che ci porta ad interpretarne e ad appropriarci dei suoi sentimenti, desideri, aspirazioni. In altre parole è un far pregare Cristo dentro di noi. Quali fossero i sentimenti di Gesù, ce lo insegna il “Padre nostro”; in esso sono rammentate le grandi istanze della preghiera cristiana: la manifestazione della gloria del Padre, la venuta del suo regno, l’attuazione della sua amorosa volontà, il perdono dei peccati, la preservazione dalla tentazione. Ma si prega anche per il pane quotidiano, perché la salvezza si attua pur sempre in questo mondo e nella sua storia. Il cristiano può e deve chiedere anche cose temporali. Ma appunto in queste è invitato a cercare la volontà di Dio e non a perseguire i suoi fini meschini ed egoistci. Gli occorrono, pertanto, discernimento, guida e perseveranza, che sono doni elargiti dallo Spirito Santo.

I vv.28-33 sono conclusivi del brano. Il momento del distacco è giunto; ora il mondo, cioè tutte le forze ostili a Gesù, si scaglieranno contro di lui. Poco prima i discepoli gli avevano detto: “Ora conosciamo che sai tutto… per questo crediamo che sei uscito da Dio”. Ma Gesù li disillude e preannuncia la loro prossima fuga vergognosa, che lo lascia solo, ma con il Padre. Li avvisa prima affinché, dopo la sofferenza del mondo, possano avere la pace in lui, partecipando alla sua vittoria sul mondo. Solo più tardi, a fatti avvenuti, si ricorderanno dell’ultima parola di commiato che Gesù ha loro rivolto: “Io ho vinto il mondo!” Allora, in quell’istante crederanno e si manterranno fedeli a lui sino alla morte. Li avvisa prima affinché, dopo la sofferenza del mondo, possano avere la pace in lui, partecipando alla sua vittoria sul mondo. Da questa parola di Gesù possiamo già intravedere il racconto della passione che lui affronta con sicurezza e decisione grande. Gesù cammina con sicurezza perché sa che il Padre non lo lascerà mai solo: “Il Padre è con me” (16,32).

La fede non è certezza umana, baldanzosa, sicura. Essa non elimina mai totalmente il dubbio, l’oscurità. E’ continuamente messa in discussione dalla tentazione e dalla prova. Dopo le parole di Gesù che abbiamo commentato, gli apostoli pensano orami che ogni problema sia superato. Tutto è chiaro, adesso, davanti ai loro occhi. Nel loro entusiasmo c’è qualcosa d’infantile e d’umano: l’orgoglio di essere alla sequela di un uomo straordinario che sa tutto. Le parole di Gesù non sono una doccia fredda sul fuoco di una fede acerba, su un’illusione che può rivelarsi fatale alle prime crisi. Gesù ripete in questi versetti per tutti fedeli d’ogni tempo la lezione che aveva dato a Pietro dopo la trasfigurazione. E’ facile avere fede in Gesù splendente e glorioso del Tabor, ma è difficile accettare senza “scandalizzarsi” il Gesù del venerdì santo, dell’orto, del pretorio di Pilato, del calvario, del sepolcro…

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