Libro di Isaia: Capitolo 65, 1-25

Sembra un’affermazione ad effetto quando si dice che il Libro di Isaia finisce come era cominciato, ma si ha ragione. Ci sono una cinquantina di termini, che ricorrono da Is. 1,1 fino a 2,5 che ricompaiono nei capp.65 e 66: come ci trovassimo di fronte ad una grande inclusione in cui si rilevano gli elementi portanti che devono guidare la lettura dell’intero libro: Gerusalemme, la giustizia, il conflitto tra idolatria e fedeltà, prima di tutto.

I capp. 65-66 costituiscono un’indubbia unità testuale di natura apocalittica, come dimostra il comune riferimento a “cieli nuovi” e “terra nuova” ( 65,17; 66,22), talchè esigevano di essere letti insieme, cosa che, con ogni evidenza, non si è potuta fare per la lunghezza del testo. Vorrà dire che la prossima meditazione quando porremo fine alle letture e alle meditazioni, sarà necessario che ognuno richiami, al momento del cap.66, quanto detto in questo studio, poiché Isaia 65 lo anticipa.

Ciò che tiene insieme i due capitoli è l’indubbio amore del Profeta per la Gerusalemme storica, unito alla speranza per la Gerusalemme celeste, quella che verrà. La città storica non esclude l’altra. Semmai ne è il presupposto. La tradizione giudaica, del resto, a partire dall’A.T., vede nella città santa la cifra del mondo: il mondo rinnovato dal Signore suppone infatti quello della drammatica e convulsa storia degli uomini che si dipana lentamente nella e verso la giustizia.

I nostri due capitoli, come dicevo, sono di tono apocalittico, ma riprendono temi dell’apertura del libro e di alcuni capitoli centrali. Essi contengono minacce, un duro giudizio, promesse di consolazione: il tutto confortato da una terminologia che si ripete costantemente. Quanto alla struttura di Is.65, la composizione procede per blocchi e si potrebbero individuare tre momenti oppure due. Rispettivamente:

A
65,1-7 minaccia divina
65,8-16° giudizio tra fedeli e idolatri
65, 16b-22 nuova creazione

B
65,1-16° giudizio divino sull’idolatria
65,16b-22 nuova creazione

Certamente ci colpisce che Is.65 1-16° contenga una forte requisitoria, con relativo giudizio, contro l’idolatria, o, meglio, contro gli israeliti idolatri.

Era lecito aspettarsi che, dopo la correzione dell’esilio, il popolo avesse recuperato una sua integrità. I testi coevi, come Esdra e Nehemia non parlano di idolatria tra i rientrati da Babilonia. Tuttavia potrebbe darsi che ne tacciano appositamente, preoccupati come sono, piuttosto, della purità della terra e dei matrimoni misti.

La denuncia è comunque puntuale, come mostrano i vv.3-7, e si risolve in un giudizio che separa l’Israele fedele dagli idolatri come pure in un deciso richiamo a scegliere (v.12, con termini che ritroveremo in 66,3-4). Il riferimento ai sepolcri del v.4 dipende con ogni probabilità dal fatto che esistevano sepolture a camera, con vani abbastanza grandi in cui si poteva praticare la negromanzia e un non ben conosciuto culto della morte. Al di là dei singoli tabù come quello del maiale (v.4), il problema dell’idolatria è riportato alla sua radice: si tratta di ascoltare e rispondere alla parola del Signore (v.12). E’ in base q questo criterio che si può distinguere tra servi del Signore e non.

D’altra parte chi non ascolta ha comunque le sue divinità, perché non si può rimanere neutrali. Sono divinità estremamente attuali: Gad, la £fortuna” o il “successo” e Meni, il “destino” (v.11). Ne siamo ben consapevoli anche oggi: quando la ricerca del successo, della buona sorte o di un destino favorevole prevalgono sull’ascolto, l’idolatria è già entrata nella vita innescando una serie di scelte che allontana sempre di più dal Signore.

Esistono così due categorie di persone: i “servi”, principali destinatari del messaggio consolatorio che il Profeta porta, coloro che aderiscono al “Dio dell’amen” (v.16), e gli altri che egli si premura di tenere a distanza con un secco “voi” (vv.13-14). Sono entrambi costoro quelli a cui si è rivolto il Signore in prima persona all’inizio del capitolo (vv.1-2). A costoro si è rivolto mentre non lo cercavano, a conferma che l’elezione è frutto di una grazia preveniente, che certamente esige una risposta, ma che, in prima istanza, parte da una gratuita iniziativa divina.

Esiste ancora un dettaglio da valorizzare, a conferma di quanto s’è detto. Ai vv.8s, Dio si presenta come un vignaiolo, o, più precisamente, come un vendemmiatore. Vedendo un grappolo potrebbe contenere un po’ di succo, decide di non distruggerlo. Dunque è paziente: la vigna non evoca qui il senso del giudizio come vendetta, ma della capacità che il Signore ha di attendere il resto d’Israele, quella realtà piccola e povera ancora capace di custodire la benedizione che discende dall’alleanza.

Questa pazienza divina rigenera la terra d’Israele (vv.9-10) per coloro che sono disponibili a credere nel “Dio dell’amen”, e tale rigenerazione anticipa la grande pace cosmica annunciata nella parte finale del capitolo (vv.16b-25).

Leggiamo il grande oracolo della nuova creazione a partire dalla sua conclusione (v.25), in cui troviamo le stesse parole di Is.11,7-9, con un’aggiunta: qui infatti si dice che il serpente “mangerà la polvere”. Tale lieve modifica al testo del ProtoIsaia ci dà la chiave di lettura dell’intero oracolo. Il Profeta infatti ha come centro d’attenzione la ricostruzione di Gerusalemme, vista come nucleo da cui si irradia la trasfigurazione di tutto il creato (v.17). Da esso scomparirà il dolore per lasciare il posto ad una gioia divina senza confini (nei vv.18-19 le radici gil e sos, che rimandano alla letizia, ricorrono ognuna tre volte).

Tuttavia c’è qualcosa di incompiuto. Se leggiamo con attenzione, non è annunciata una vittoria definitiva sul dolore e sulla morte, ma solo una dilazione. E’ promessa una vita nuova, non minacciata dalla malattia e da morte prematura, ma non una vita eterna. Il Trito Isaia capisce tutto il dramma dell’esistenza umana posta di fronte alla strettoia della morte e si premura di presentare un mondo rinnovato in cui essa non sia una minaccia sempre incombente, bensì un esito a tempo giusto, che corona una vita serena. Da questo punto di vista è decisivo il v.20, con il limite dei cento anni per tutti e la negazione della mortalità infantile.

Siamo tornati, benché con misura, al tempo dell’umanità originaria, allorché la durata della vita era lunga e la morte subentrava come una sorta di sazietà del tempo e del vivere. Una morte non debellata, ma procrastinata, per il testo ebraico. Non così per il Targum e per i LXX che aggiungono, entrambi una glossa al v.22:

Infatti quali i giorni dell’albero della vita
Tali i giorni del mio popolo.

Dove l’allusione all’albero della vita delle Versioni Antiche suggerisce l’idea della vita eterna, oltre a riportarci all’atmosfera della creazione prima della trasgressione umana.

Come ci sarà ancora la morte, ma a misura d’umana compiutezza, così ci sarà ancora il lavoro (65,21-22). Non più connotato dalla fatica o dal servaggio, bensì dalla libertà e dalla fecondità: chi lavora potrà godere del frutto del proprio lavoro, come se fosse cancellata la condanna di Gen.3,17.

E ancora anche il generare figli non sarà più un doloroso pericolo (v.23, che capovolge Gen.3,16): tutto il racconto eziologico delle origini è ripreso e rovesciato nella chiave della benedizione. Lo è per tutti tranne che, come ho anticipato, per il serpente: la sua condanna pare davvero incancellabile, mentre il Testo ci rimanda all’attesa di un compimento ancora più grande della nuova creazione.

Questo mondo benedetto, costruito dalla grazia e dalla pazienza divina per la gioia del Signore, manca ancora di qualcosa, ossia dell’eternità e della definitività, lasciando una porta spalancata su promessa messianica che deve ancora compiersi. Si capisce allora come Is.65 innervi in sé il N.T. La cosa non parrebbe tanto evidente, dato che nel N.T. ne troviamo poche citazioni esplicite. Le allusioni però sono frequenti e sono dovute proprio al fatto che il testo rimane aperto, come una parola certamente grande, ma non esaustiva dell’opera redentrice di Dio.

Infine possiamo sottolineare ancora quanto sia tagliente il giudizio tra popolo fedele e idolatra. L’esito di questo giudizio fonda sia la separazione tra i due gruppi, sia l’ordine nuovo che è instaurato. Il tutto è governato dalla generosa e paziente iniziativa divina, dimensione sempre ricorrente e sulla quale non s’insisterà mai abbastanza.

Al centro della relazione Dio-popolo sta però, ancora e sempre, il primo comandamento. In questo senso Is.65 è un Testo poco valorizzato dalla liturgia e dalla pastorale, ma di grande efficacia e attualità. Lo è tanto più per noi che crediamo alla sconfitta definitiva del serpente antico, alla vittoria di Cristo sulla morte, alla vita eterna e non solo dilazionata, al compimento definitivo delle promesse. Il richiamo a non porre il successo o la “qualità della vita” tra i nomi divini e a non cedere quindi all’idolatria con le superstizioni che porta con sé, ci tocca, oggi, particolarmente da vicino.

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