Libro di Isaia: Capitolo 60, 1-22

Questo capitolo, prima di iniziare la meditazione, val la pena di leggerlo perché è uno dei più commoventi tra i poemi di Sion. E’ un testo di gran coerenza stilistica e alto valore poetico, tanto più commovente se pensiamo al travaglio della Città santa in questi ultimi tre anni. Si apre con un doppio imperativo:

Alzati! Risplendi!

Che rimanda alle analoghe aperture di Is.51,17 e 52,1, favorendo la comprensione del genere letterario ( poema di Sion, appunto) e orientando l’affettività dell’uditorio. Il doppio imperativo di apertura si potrebbe tradurre anche:

Alzati, mia luce!

Quest’ambiguità tra la luce dell’alba che investe Gerusalemme, la luce divina che si leva su di lei e il fatto che essa stessa possa essere luce degli occhi divini dispongono all’ascolto commosso e partecipe. Vedremo come questo capitolo, proprio grazie a questo simbolo dominante e al contrasto:

luce vs. tenebra
alba vs. crepuscolo,

sia l’oggetto di un importantissimo midras cristiano che lo fa entrare a pieno titolo nella nostra liturgia in una delle sue celebrazioni più importanti.

Per quanto riguarda la struttura del poema, possiamo segnalare diverse ipotesi, tutte ugualmente valide. C’è, infatti, chi individua dieci strofe, ciascuna di un distico, dove forse il v.12 potrebbe essere un’aggiunta tardiva (vv. 1-3, 4-5, 6-7, 8-9, 10-11, 13-14, 15-16, 17-18, 19-20, 21-22).

C’è chi vede un’articolazione in cinque momenti, dal punto di vista dello sviluppo del testo (sempre considerando il v.12 un’aggiunta tardiva):

    1. vv.1-2 Invitatorio: l’alba;
    2. v. 3 I popoli si mettono in cammino;
    3. vv.4-9 I popoli giungono portando i giudei
      dispersi e i tributi al tempio;
    4. vv.10-18 I popoli sono ricostruttori della città:
      loro omaggio, ricchezza e pace comuni;
    5. vv.19-22 Luce eterna e crescita del popolo rimpatriato

.

Infine c’è chi individua più semplicemente due parti:

  1. vv.1-14 Salita a Gerusalemme di Israeliti e pagani attratti dalla sua luce;
  2. vv.15-22 Restaurazione definitiva della città.

Il poeta parte da una notazione paesaggistica. La città collocata in alto, è illuminata dalla luce dell’alba mentre la pianura circostante è ancora in ombra. E’ l’ora del risveglio quando il cielo biancheggia. Ai vv.1-3 ricorre tre volte il verbo zrh, “albeggiare”, talché potremmo tradurre:

Alzati! Splendi! Perché viene la tua luce:
la gloria di YHWH albeggia su di te!
Perché ecco: la tenebra copre la terra e l’oscurità i popoli
e su di te albeggerà YHWH e la sua gloria su di te si mostrerà.
E cammineranno i popoli alla tua luce
E i re allo splendore della tua alba.

Tuttavia non ci dice chi stia parlando né a chi si rivolga, cosa questa che il poeta ci rivela sola dopo la metà del poema. Data l’ambientazione viene da pensare che sia la sentinella dell’ultimo turno della guardia di notte a parlare, e che si rivolga a Sion, perché tutti i pronomi di seconda persona singolare sono al femminile. L’esilio è dunque finito, come finisce un sonno fitto di incubi, e sorge un giorno del tutto nuovo, in cui la luce indica come il Signore, nella sua gloria, stia tornando a prendere possesso del Tempio: tutti lo vedranno anche da molto lontano e si metteranno in marcia.

Il v.4 si apre con altri due imperativi:

Alza gli occhi intorno! Guarda!

Gerusalemme diventa il centro dell’universo: costata, infatti, un gran pellegrinaggio verso di lei, marcato da un tratto psicologico particolare: Gerusalemme è presa dallo stupore (v.5). Tutto lo spazio brulica di presenze: carovane dei popoli del deserto (vv.6-7: Madian, Efa, Saba, Qedar, i Nabatei), navi fenice o greche (v.9: Tarsis) che solcano il mare come colombe. L’immagine davvero singolare fa sì che sia coinvolta anche la dimensione dell’aria. Assieme agli ambiti dello spazio troviamo la fauna (vv.6-7: cammelli, dromedari, greggi, montoni) e, più avanti, la flora (v.13: cipressi, olmi, abeti) e le materie nobili (v.6: oro e incenso; v.9: argento e oro).

Davvero tutto partecipa allo splendore del Tempio. Tuttavia il vero protagonista di questa scena movimentata è il Signore, come leggiamo al v.7d:

E la casa del mio splendore farò risplendere.

Irrompe qui la radice p’r “risplendere”, che ricorre più volte nel corso del capitolo (vv.7,9,13,19,21) e con il segno grammaticale della prima persona, riferita a Dio che parla. La scena non è altro che una grande epifania divina, attraverso quella di Gerusalemme che va considerata solo una trasparenza ( “diafonia”). E’ la gloria del Signore che conta, non già quella di Gerusalemme.

Comprendiamo da qui, allora, perché questo testo sia letto in chiave midrascida da Mt.2,1-12 e sia la lettura della nostra solennità dell’Epifania. I Magi salgono a Gerusalemme portando i segni dell’adorazione dei popoli con i loro doni. Gerusalemme è turbata da questa visita e in ogni caso resta, pur non capendo la visita di questi personaggi, la custode delle Scritture grazie alle quali i pagani vedono la luce. I popoli non si limitano a portare doni. Giunti alle porte della città che ora sono sempre aperte (v.11), è finita perciò la paura degli assedi, ci viene rivelato quale sia lo scopo della loro ascensione.

Sono venuti per ricostruire. I loro doni infatti non sono solo tributi per il tempio (v.7), ma anche veri e propri materiali da costruzione (v.17), e materiali di natura preziosa e sovrabbondante rispetto allo scopo, il meglio che ciascuno di loro possa offrire. Gerusalemme non può infatti ricostruirsi da sola: le promesse sono state rivolte ad Israele in vista dei pagani che ora ne sono i costruttori. E tali diventano con una confessione di fede, espressa al v.9:

per il nome del Signore tuo Dio,
del Santo d’Israele, che così ti onora

ripresa dal nome nuovo della città ( v.14):

ti chiameranno città-YHWH
Sion del santo d’Israele.

E’ qui che finalmente si svela l’identità della città, che il poeta ha tenuto come in riserva fino a questo momento, creando un’atmosfera di attesa commossa e incredula. La città ora ha ritrovato identità e realizza la propria vocazione. Essa è la città non solo degli eletti, ma di ogni popolo e persino dei suoi stessi nemici che riconoscono in lei la loro madre, confessando il Santo che ha eletto lei e il suo popolo.

Possiamo vedere in questo la realizzazione di quella teologia missionaria già presente nel DeuteroIsaia e che coincide non con la partenza volontaria, ma con la dispersione forzata. La conversione che ne segue, frutto della grazia e risposta ad essa, coinvolge tutti. Gli ultimi versetti del poema ci mostrano una Gerusalemme del tutto rinnovata. Il ricordo della devastazione è breve e appena accennato (v.15).

Ma questo ancora non basta. Al tema dello splendore ( v.19 tip’eret, dalla già nota radice p’r) si aggiunge quello di una luce senza tramonto. Il testo è non solo pieno di giochi di parole e di simboli sonori ma continua a giocare sui contrasti che ho già indicato, annunciando la venuta del giorno del Signore, che, a differenza di quanto si legge in latri Profeti, non ha qui le caratteristiche del buio e del giudizio, bensì della luce e della consolazione. Il poeta annuncia infatti (v.20):

cade il crepuscolo sui giorni del tuo lutto

ma se con la fine dei giorni del lutto giunge al fine dei giorni, la prospettiva è messianica ed escatologica: la fine dell’esilio e la ricostruzione di Gerusalemme annunciano qualcosa di molto più grande.

I due eventi ci assicurano che davvero questo tempo in cui viviamo va verso un giorno unico che non conosce tramonto, del quale non sappiamo però quando sarà. Non a caso il poema si chiude con una dichiarazione divina che sembra smorzare la grande visione dei versetti precedenti. Essi infatti non ci presentano un evento già compiuto e concluso, ma una promessa che raccoglie e ripresenta tutte le promesse già fatte ai patriarchi. Tutto è prossimo e ineluttabile: è un tempo fissato, che però non è ancora presente. Il poema entra così, letteralmente, nella dimensione del sogno.

Sogno non significa che esso sia irreale. Presenta invece la realtà che ci aspetta e che semmai potremmo e dovremmo affrettare con il nostro desiderio della venuta ultima del Signore e del compimento di creazione e promesse. Non a caso questo capitolo fonda in parte l’impianto del maestoso finale dell’Apocalisse. La promessa che tutto ricapitola è quella di un ‘et / kairos, un tempo salvifico, che il Signore conosce e nel quale egli interverrà. E’ tuttavia il tempo di Gerusalemme ( “a suo tempo”), benché essa non lo conosca, un tempo che non può essere sottratto.

Questa atmosfera di sogno, svelata all’ultimo versetto, smentisce lo spirito nazionalistico che alcuni interpreti leggono nel poema. Il quale non è percorso da un orgoglioso senso della nazione, ma dallo stupore di chi scopre l’opera divina nel suo farsi a poco a poco nella storia. Di tale azione, ben poco appare agli occhi dei più; solo profeti e poeti, che sono molto vicini tra loro, ne sanno riconoscere le tracce. Soprattutto sanno riconoscere che il mistero della storia non è in mano alle strategie degli uomini: solo Dio infatti è il padrone del tempo, dal tempo di Gerusalemme, che il poema ci rivela essere il centro della storia della salvezza.

Gli avvenimenti di questi giorni non fanno che richiamare e confermare questa visione onirica eppure certa, in cui mura e porte della Città Santa cambiano nome e funzione (v.18):

Non si udrà più nella tua terra “Violenza!”,
né entro le tue frontiere “Rovina! Distruzione!”.
La tua muraglia si chiamerà “Salvezza” e le tue porte “Lode”.

Di cui troviamo il commento in un latro profeta / poeta, contemporaneo di Geremia, del quale conosciamo solo il nome e un’opera intensa e brevissima, che pare sradicato dal tempo e già trapiantato nella metastoria. Proclama dunque Habacuc (2,2-3):

Mi rispose il Signore:
Scrivi la visione, incidila su tavolette,
perché si legga speditamente:
la visione ha una scadenza, ansima verso la meta,
non mancherà. Benché tardi, aspettala,
perché deve giungere senza indugio.

Libro di Isaia – Indice: